Appunti dal piccolo chiostro: sul valore delle tradizioni popolari

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di Carlo Prezzolini
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La mia fede, da bambino, è cresciuta strettamente collegata alle tradizioni cristiane di Abbadia San Salvatore, il mio paese di origine: il culto della Madonna, col mese di maggio e diverse processioni; il culto dei Santi, in particolare del patrono san Marco papa, e delle reliquie, culto che da sempre ha caratterizzato la spiritualità dell’abbazia del Santissimo Salvatore, tappa di pellegrinaggio sopra la Francigena; il Natale con le fiaccole, alte pire di legna che ardono nella santa notte fra i canti delle pastorelle in onore del Bambino, spesso create localmente. La cultura cristiana, i suoi valori, la sua arte, le sue tradizioni hanno plasmato, per quasi 2000 anni, la civiltà occidentale. E ancora oggi sono fondanti la nostra civiltà: pensiamo al valore della dignità dell’uomo, di tutti gli uomini; pensiamo al ritmo del tempo, ancora oggi segnato dalle festività cristiane, dal ricordo dei Santi.
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Pensiamo come le nostre città e i nostri paesi, in particolare nelle parti antiche, sono visivamente segnati dalla storia delle Comunità cristiane: i campanili, le chiese, le edicole. La nostra Civiltà sta attraversando un periodo storico di profondi cambiamenti, caratterizzati  dal divenire del mondo come un “villaggio globale”, futuro profeticamente compreso p. Ernesto Balducci, grande figlio dell’Amiata. L’economia, i mercati, le comunicazioni, le migrazioni di milioni di persone sono le caratteristiche di fondo di questo nuovo “villaggio”. Di fronte a questi fenomeni, inarrestabili, spesso la nostra risposta è  la paura di perdere la nostra “identità”, di europei, italiani, cristiani, che spesso può portare ad un atteggiamento di difesa ostile e di chiusura. Una delle risposte più sapienti che le nostre Comunità stanno proponendo è la ricerca, la valorizzazione delle tradizioni popolari, cristiane e laiche,  strettamente unite nella storia. In tutte le nostre Comunità, penso, stanno avvenendo questi processi, spesso animati da gruppi di giovani, particolarmente attenti alla storia e alla cultura: mi ha molto colpito la vivacità delle contrade di Piancastagnaio, animate da decine di giovani che si curano dei ricchi costumi, della gara, delle feste e di tante altre attività.
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Si stanno rivisitando le ricorrenze del Patrono e tante forme di pietà popolare caratteristiche e specifiche dei singoli posti. Per l’Amiata, oltre al palio di Piancastagnaio che si corre ad agosto in onore della Madonna di San Pietro, penso alle feste delle Sante Flora e Lucilla e del Crocifisso a Santa Fiora, alla festa del Crocifisso a Roccalbegna, alle processioni e al culto dei Santi a Castell’Azzara. Ricordo anche il palio di Castel del Piano, che si corre in onore della Natività di Maria e la festa della Madonna della Pieve di Lamula, sotto Montelaterone, che ricorre dopo la Pasqua. I presepi, di statue o viventi, si fanno quasi ovunque: ricordo, in particolare, la decennale esperienza del Saragiolo. Ma anche le processioni del Corpus Domini sono ritornate particolarmente belle, rifiorite, con le tradizionali infiorate. Sono favorevole a questi movimenti sociali e culturali e  personalmente  ho cercato di valorizzarli nell’Amiata con ricerche storico-artistiche.
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Il recupero della nostra identità e della nostra memoria storica sia molto importante per confrontarci con le nuove culture, con le nuove spiritualità portate dai sempre più numerosi emigrati, presenti in tutte le nostre Comunità. Sono fermamente contrario però al recupero della memoria e dell’identità contro la ricchezza multietnica del Paese, per paura dell’altro diverso da noi. Il recupero delle tradizioni popolari di origine cristiana ha una duplice valenza: civile e anche religiosa. Questa duplice valenza ha caratterizzato sempre le tradizioni e le feste cristiane, dove la componente laica si è affiancata a quella spirituale e spesso oggi la supera. Da questo punto di vista vedo il rischio, che dovrebbe essere attentamente meditato dalle Comunità cristiane, quasi di una perdita di senso della festa e della tradizione stessa.
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Ad esempio: il “presepe vivente” può rischiare di diventare solo una rappresentazione teatrale se i personaggi non custodiscono il Mistero della Santa Incarnazione, se la Comunità cristiana non cresce nell’ascolto e nella meditazione del Mistero di Dio e lo testimonia alla Comunità civile con rapporti veri, di rispetto, di fraternità con gli altri. Non ci possiamo accontentare del successo di partecipazione, o anche del risultato economico magari, di queste iniziative ma ne dobbiamo recuperare il senso cristiano, sociale e storico, aspetti sempre strettamente uniti, e su questo  siamo chiamati a crescere nella cultura e nella fede. E siamo chiamati a testimoniare questa crescita a tutta la Comunità civile. (articolo già pubblicato su Toscana Oggi).
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