Sulle vie del sacro; appunti dal “piccolo chiostro”

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di Carlo Prezzolini
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Negli ultimi “appunti” proponevo degli “itinerari del sacro” per la fascia della montagna amiatina che va dal Vivo d’Orcia a Santa Fiora. Mi sembra opportuno ritornare su questo tema.
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Utilizzo ancora l’aggettivo “sacro” anche se evangelicamente non è corretto: per l’Antico Testamento sacro vuol dire separato, riservato a Dio. L’evangelista Matteo afferma che dopo la morte del Signore sulla croce “il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo” (27,51). Il velo separava nel tempio di Gerusalemme il “santo dei santi”, la parte più interna e più sacra, dove Jahvè era presente e dove anticamente si conservava l’arca dell’alleanza; nel “santo dei santi” poteva entrare solo il sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione (Levitico 16). Con la morte di Cristo la separazione non c’è più, tutto è di Dio. Continuo ad usare il termine “sacro”  non trovando un altro termine più affascinante. Proponevo tre jpg_5006439itinerari per la zona ricordata: le presenze monastiche, le presenze francescane e le opere dei Della Robbia. I primi due itinerari possono essere estesi a tutta l’Amiata. Nell’itinerario monastico si possono comprendere le chiese fondate dall’abbazia di San Salvatore: la pieve di Lamula, le chiese antiche di Arcidosso, Montelaterone e Monticello, la pieve di San Giovanni a Castel del Piano. Questo itinerario potrebbe essere collegato all’abbazia di Sant’Antimo, importante tappa di pellegrinaggio in una variante della Francigena e abbazia sorella, per tanti secoli, di San Salvatore al Monte Amiata. Nell’itinerario francescano si possono inserire i conventi di San Processo sotto Castel del Piano, quello del Colombaio nella campagna di Seggiano e il convento dei Cappuccini di Arcidosso, l’unica presenza francescana rimasta sull’Amiata, con le suore Stigmatine di Santa Fiora. Naturalmente altre zone geografiche hanno la possibilità di organizzare questi itinerari.
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10978472_10206308862108896_4965411412567411185_nCome organizzare questi itinerari, che potrebbero essere a piedi o in macchina? Per le passeggiate a piedi dovrebbero essere rivisti e collegati gli antichi o i nuovi sentieri, con opportuna segnaletica. Dovrebbe essere predisposto anche un fascicolo che descriva l’itinerario nelle sue tappe, lo collochi storicamente e ne chiarisca il significato. Nell’itinerario monastico, come in quello francescano, va proposta la specificità del monachesimo, con la storia artistica, architettonica e spirituale degli insediamenti. Il pellegrinaggio, in particolare a piedi, ha una dimensione spirituale, umana e culturale che va coltivata nelle proposte. E’ simbolo del cammino della nostra vita, delle fatiche e delle bellezze della nostra vita.
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Volevo ritornare anche sui motivi per cui andrebbero organizzati gli “itinerari del sacro”. Parlavo di turismo nuovo, attento alle specificità naturali e storico-artistiche del territorio, che può diventare una risorsa importante per le nostre zone. Ma c’è una motivazione a monte di questa: questi itinerari vanno pensati  a partire dalle nostre Comunità, come stimolo per una crescita  sulla nostra storia e cultura, parte fondamentale della nostra identità. L’ambiente storico, i beni culturali del territorio sono un immenso patrimonio che ci narra la nostra storia, la nostra cultura. Ci narra la sapienza aperta al futuro, che purtroppo si è smarrita negli ultimi decenni, con cui le nostre Comunità nel passato hanno rielaborato il dato naturale, sviluppando colture specifiche, adatte alla Montagna o alle valli: pensiamo ai pascoli, agli orti,  oliveti, frutteti e vigneti che animavano le valli intorno al massiccio dell’Amiata, ai castagneti di vari tipi, ai campi di segale e alle faggete che ricoprono la parte alta della montagna, con i frutti di bosco, i funghi, le castagne e i seccatoi per seccarle, spesso ancora in piedi.
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Conoscere e valorizzare la natura storica del territorio è un cammino con tanti significati e potenzialità: dalla crescita culturale e consapevole delle Comunità locali e dei turisti alla valorizzazione delle specificità del territorio e dei suoi prodotti agricoli e artigianali tipici e di qualità. E’ un cammino per “sognare” una vita nuova, un futuro possibile per le nostre Comunità, che altrimenti un futuro non l’avranno e sono destinate ad un declino costante.
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Foto/copertina: Luisa Colombini
(articolo già apparso su Toscana oggi, 1 febbraio 2015)

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