Appunti dal piccolo chiostro: La cura della nostra casa comune

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di Carlo Prezzolini

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La prima enciclica di papa Francesco “Laudato si’. Lettera enciclica sulla cura della casa comune” mi sembra un documento molto bello e significativo: per i contenuti e perché, secondo me, cerca di riprendere il dialogo e la prospettiva di collaborazione fra la Chiesa cattolica, le altre Chiese cristiane e il mondo intero, dialogo e collaborazione che negli ultimi decenni sono diventati molto problematici. Spero vivamente che sia un documento studiato e che produca discussioni e un forte cambiamento di stile di vita, che superi lo stile consumista, che è alla base non solo della gravissima crisi ambientale ma anche dell’altrettanto grave crisi spirituale. Spero vivamente che l’enciclica non faccia la fine dell’esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, messa da parte subito da tanta parte del mondo cattolico e, per quanto poco possa valere, ci metterò il mio impegno culturale e spirituale perché l’enciclica sia conosciuta e trasformata in impegno quotidiano.
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Penso di tornare più volte su questo documento negli “appunti”; oggi volevo partire dal contributo che l’enciclica può dare al futuro della nostra terra, della nostra “casa comune”. Papa Francesco pone con forza la necessità di “un’ecologia integrale” (capitolo IV), cioè che riguardi tutti gli aspetti delle nostre società e della vita umana e nei nn. 143-145 parla di “ecologia culturale”. “Insieme al patrimonio naturale, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale, ugualmente minacciato. E’ parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile … Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale” (143). Questa prospettiva ecologica integrata indica la strada per un futuro possibile delle nostre terre, che altrimenti un futuro non hanno. La Maremma e la sua Montagna hanno una “natura storica”, cioè rielaborata nel corso dei millenni natura-07dall’uomo quasi sempre con grande sapienza, senso del limite e apertura alle generazioni future, di  grande interesse. L’ambiente agricolo e boschivo è stato rielaborato con le colture e con la formazione di insediamenti storici affascinanti, che testimoniano secoli di presenza di grandi feudi laici ed ecclesiastici prima, penso in particolare agli Aldobrandeschi e all’abbazia amiatina del Santissimo Salvatore, e della Repubblica senese poi.
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Personalmente ho dedicato il mio impegno culturale, coinvolgendo amici qualificati, allo studio e al far conoscere la natura storica dell’Amiata, la mia terra, in particolare i suoi centri antichi e il suo patrimonio storico-architettonico. Oggi gli insediamenti dell’Amiata e della Maremma, esclusi quelli della costa e della città di Grosseto, sono in un costante declino sociale e culturale; si stanno spopolando e non offrono attività lavorative per le nuove generazioni, quasi sempre costrette ad emigrare. Penso non solo ai piccoli insediamenti ma anche a centri che avevano una certa dimensione, come Castellazzara o Santa Fiora, che diminuiscono fortemente gli abitanti e i servizi. La presenza umana, in particolare nelle zone di montagna, se non distruttiva può conservare un territorio fondamentale per l’equilibrio ambientale delle pianure e delle valli circostanti. Ponendo l’accento sull’Amiata, penso all’importanza dei suoi boschi e delle sue risorse idriche, al servizio di un territorio molto più ampio. Dopo i risultati parziali del “progetto Amiata”, elaborato per dare una nuova prospettiva alla Montagna dopo la chiusura delle miniere di mercurio (1976) e incentrato sull’inserimento di attività industriali importate dall’esterno e poco accordate con le peculiarità del territorio, penso ci possa essere una sola via per sognare un futuro: valorizzare le specificità locali, dal punto di vista umano,  naturale e storico-artistico.
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Questo vuol dire puntare ad un turismo nuovo, non mordi e fuggi ma che sappia scoprire la Montagna e le sue bellezze; vuol dire recuperare i prodotti naturali tipici e di qualità e le attività artigianali tipiche e di qualità. E per fare questo occorre un impegno coordinato di tutte le Comunità amiatine, non solo istituzionali ma anche sociali, culturali e religiose. Occorre superare la chiusura nei municipalismi che sta montando, dimensione del tutto insufficiente per affrontare il futuro e che tarpa una visione più ampia della realtà e delle prospettive. Si tratta di riscoprire le relazioni fra i vari paesi montani e delle valli circostanti, i problemi comuni del terriotorio, le prospettive comuni e farne la base per un confronto sul presente e sul futuro che diventi un progetto che un futuro sogna e inizia a costruire. Da tanti anni l’Amiata è divisa in due dai confini delle province di Grosseto e Siena: prima due Comunità montane e ora due Associazioni intercomunali che non dialogano e che non hanno voglia di progettare insieme: è ora che si cambi pagine e che gli Enti locali, insieme a quel che resta delle due Provincie, promuovano occasioni di riflessione sul nostro passato, sul nostro presente, sulle nostre risorse e sul nostro futuro. L’Enciclica di papa Francesco può esserci di stimolo a cambiare pagina.
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