Appunti dal piccolo chiostro: Don Valentino e il viaggio dalla Lunigiana all’Amiata

Malgrate castello 2

—lP—

di Carlo Prezzolini

…per la prima volta vidi don Valentino Pellini, alto, austero, impettito, col piviale bianco.

Il 15 agosto del 1984, o forse ’85, ero stato invitato dall’amico Franco Pastorelli nel suo podere alle pendici del Monte Labro, verso Roccalbegna: in questo paese avevo, ed ho, molti amici incontrati prima per motivi socio-culturali e poi, negli ultimi anni, per  impegni pastorali. Nel pomeriggio di quel  lontano Ferragosto andammo in paese e assistemmo alla processione dell’Assunta: per la prima volta vidi don Valentino Pellini, alto, austero, impettito, col piviale bianco. Le immagini mi ritornano nitide alla memoria. Da qui nasce una amicizia durata fino alla sua morte e cementata dall’affetto per Roccalbegna, questo antico castello ripensato come  “terra nuova” progettata e realizzata dai Senesi nella loro espansione verso la Maremma aldobrandesca, in uno scenario ambientale unico, al termine delle gole dell’Albegna. Il nostro affetto per Roccalbegna si accentuava per la passione comune per l’arte, arte testimoniata nel paese dalla pieve dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e dalla straordinaria ricchezza artistica delle altre chiese, che aveva dato origine alla sala d’arte dell’oratorio del Santissimo 6d3cfCrocifisso, fortemente voluta da don Valentino. In particolare ricordo la sua calda accoglienza e piena disponibilità quando tracciai un itinerario storico-artistico delle chiese del territorio rocchigiano per il libro “Il mio paese”, promosso, nel 1996 dall’Amministrazione comunale, sindaco l’amico Andrea Zamperini e coordinato da Alessandro Giustarini. Al libro, esemplare come impostazione e per contenuti e che poteva essere un esempio per altri Comuni amiatini e maremmani, collaborarono tanti autori che conoscevo o che conobbi nell’occasione: ricordo in particolare, oltre al curatore, don Ippolito Corridori, Stella Bevilotti, Paolo Naldi, Raffaello Raffaelli, Fausto Mariotti, Giovanna Longo, e tanti altri. E fra gli autori dobbiamo mettere per primi i rocchigiani stessi, che parteciparono con grande interesse al progetto, fornendo notizie, memorie, foto antiche.

Don Valentino era nato, nel lontano 1919, nel piccolo borgo agricolo di Codiponte, in Lunigiana ed aveva avuto una infanzia e una gioventù segnata da due gravi lutti: la perdita della mamma, quando aveva appena un mese, e del cugino Andreino,  particolarmente amato, avvenuta ad Atene, durante la seconda Guerra mondiale,  a cui il Pellini partecipava come membro nell’arma dei carabinieri. Tornato in Italia, conosce la Maremma e Pitigliano e sente crescere dentro la vocazione al sacerdozio, sorretta, in particolare, dalla guida umana e spirituale di don Giglio Mastacchini, professore nel seminario diocesano e parroco di Manciano. Ordinato sacerdote il 25 marzo del 1950, nel 1954 viene nominato parroco di Roccalbegna, dove rimane fino alla morte, avvenuta l’11 agosto di questo anno. Di don Valentino ricordo il grande impegno per il restauro, lungo e oneroso, della pieve romanico-gotica di Roccalbegna, che negli anni ’60 aveva rischiato addirittura di crollare: l’amore e la grande determinazione del parroco hanno salvato una delle chiese più belle e più ricche, dal punto di vista storico-artistico, dell’Amiata e del grossetano. Lo stesso amore per la storia e per l’arte ha spinto don Valentino, con la piena collaborazione della Soprintendenza ai polittico-lorenzettiBeni artistici e storici di Siena, alla creazione dell’importante sala d’arte nell’antico oratorio del Crocifisso: quadri e oggetti liturgici, spesso di particolare interesse, si uniscono al capolavoro di Luca di Tommè, famoso pittore senese della seconda metà del Trecento. Ricordo che nella pieve rocchigiana è venerato un trittico di Ambrogio Lorenzetti, ancor più famoso pittore senese della prima metà dello stesso secolo. Per questi suoi interessi mi ha chiesto pareri e collaborazione anche recentemente.

L’amore per Roccalbegna si univa all’affetto per i suoi parrocchiani, magari espresso in maniera riservata e un po’… “ruvida”. Anche negli ultimi anni, quando il tempo non lo impediva, era solito camminare, recitando il santo Rosario, fino al cimitero del paese: tante volte ho ammirato questa sua vitalità che è durata quasi fino all’ultimo. La nostra amicizia si è ravvivata negli ultimi mesi quando mi ha chiamato e sono andato a trovarlo più volte: abbiamo parlato a lungo e mi ha raccontato tutta la sua vita. Da 10 anni don Valentino aveva preparato un quaderno di memorie, riscritte dopo aver buttato via, per eccessiva riservatezza, i suoi diari, che dovevano essere particolarmente interessanti. “Ripensare a una vita donata dal Signore e ripercorrerla, quando essa sta per finire, alla luce della fede, nel bene e nel male, penso che ci possa aiutare per andare incontro alla morte con serenità e fiducia” afferma con grande chiarezza e determinazione nell’introduzione al suo scritto. Il quaderno ha visto la stampa, voluta da amici, poche settimane prima della sua morte. Dopo il funerale nella sua pieve, celebrato dal vescovo Guglielmo, amministratore apostolico della diocesi, con  una ventina di amici sacerdoti, il suo corpo riposa nel cimitero di Codiponte, insieme ai suoi cari.

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