“Ero malato e ti sei preso cura di me”; le vite parallele di Vittorino e Lucia

lp

di Carlo Prezzolini

Mi permetto una citazione al singolare, con una piccola variante, del discorso di Gesù sul come saremo giudicati al suo ritorno: il Signore si paragona agli ultimi, ai pezzenti che hanno fame, sete, sono nudi o malati, sono rinchiusi in carcere e ci chiederà, al suo ritorno, se ci siamo presi cura di lui (Matteo 25,31-46).

Penso che Vittorino Ricci Barbini possa rispondere: ”Sì, mi sono preso cura con passione e compassione dei malati, quindi di Te, nel mio lungo lavoro di medico”. Vittorino era nato a Piancastagnaio il 10 novembre del 1943 ed è morto, nel suo paese di origine, il 9 aprile di questo anno. Ha vissuto una vita intensa, riempita da tante passioni. L’amore per la vita, penso all’origine delle altre sue declinazioni dell’amore stesso, lo ha vissuto in pieno e lo ha portato a lottare fino in fondo nella sua dolorosa malattia, sostenuto dalla fede e dall’affetto operoso dei suoi cari. La  famiglia era l’altro grande suo amore: quella di origine, proprietaria del convento francescano di San Bartolomeo a Piancastagnaio, e quella che ha costruito con la moglie Maria Luisa, della vicina Abbadia, ricca di tre figli e sei nipoti.

L’altro amore, strettamente collegato a quello per la famiglia, era per la sua Montagna e per il suo paese, che è stato sempre un importante punto di riferimento: con tanta passione mi raccontava che con gli amici aveva fondato lo Sci club a Piancastagnaio, organizzando corsi di sci negli anni ’60. Ricordo anche l’intervento per il restauro del convento, molto impegnativo da tutti i punti di vista ma che ha riportato a nuova vita questo antico insediamento francescano, risalente alla fine del 1200. Ricordo come fino alla fine ha seguito, interessato e informato, le vicende della Comunità pianese.

L’altra grande passione di Vittorino è stata la sua professione di medico specializzato in urologia: aveva iniziato a Lecco, era stato primario a Saronno, impegnato a Milano e, in particolare, aveva fondato e diretto per oltre 10 anni, fino alla pensione, l’unità di urologia della Casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo, struttura fortemente voluta da padre Pio. Era capitato in questo centro casualmente agli inizi degli anni ’90, su insistente invito di una sua paziente, e vi ha svolto uno degli impegni fondamentali della sua professione. Era un medico appassionato del suo lavoro, attento alle persone che curava, non mosso da interessi di guadagno. Aveva una fede profonda che lo ha sostenuto, insieme all’affetto dei suoi cari, nella malattia e che ho sperimentato seguendolo, con una crescente rapporto di stima e di amicizia, nell’ultimo anno. Il giorno del suo funerale, prima della santa Messa, numerosi amici lo hanno ricordato nel chiostro del suo convento, con emozionanti testimonianze in cui emergeva la sua profonda umanità.

Lucia Ciarini è morta qualche giorno fa a 60 anni, da quasi 50 era stata colpita da una malattia progressiva che l’ha paralizzata giovanissima. La sua vita è stata molto diversa da quella di Vittorino: è stata sempre ad Abbadia San Salvatore, suo paese, non ha potuto studiare e non ha potuto prendersi cura di nessuno, anzi i suoi cari, mamma Vanna e babbo Iader, da tanti anni scomparso, e i suoi fratelli si sono dovuti prendere cura di lei. Ma lo hanno fatto, in particolare la mamma, con un grande affetto che ha riempito la loro vita, che li ha fatti crescere in modo eccezionale come persone: e Lucia ha risposto a queste amorose cure con tutto il bene possibile.

Un altro vitale sostegno per Lucia è stata la fede e la santa Comunione: padre Gabriele, padre Lazaro, monaci cistercensi, ultimamente i ministri straordinari, da sempre le hanno portato l’Eucaristia, che Lucia riceveva con tanta devozione. Al suo funerale ho messo in evidenza questi aspetti: l’amore e la fede hanno fatto un grande miracolo per Lucia e per i suoi, non un miracolo di guarigione fisica ma un miracolo meno eclatante ma penso più importante: di crescita umana profonda che ha sostenuto, pur nel dolore straziante, la vita di una famiglia intera.

Vittorino e i suoi cari, mamma Vanna e i suoi cari potranno rispondere con serenità al Signore che si sono presi cura con passione e affetto di Lui, riconosciuto nelle persone ammalate, nello stesso Vittorino e in Lucia, possono rispondere che hanno costruito e sperimentato un amore che ha riempito in modo eccezionale le loro vite.

Articoli correlati: Madre del Paradiso, accoglili - Storia di una famiglia felicemente imperfetta - La Croce sul Monte Amiata “Alla santa memoria del caro fratello Celso” 

Copertina: Vittorino Ricci Barbini davanti al Convento San Bartolomeo di Piancastagnaio (SI)

Articolo già comparso su: Toscana Oggi, maggio 2014

 

Commenti

8 commenti a ““Ero malato e ti sei preso cura di me”; le vite parallele di Vittorino e Lucia”

    1. maria teresa trisciuzzi

      il suo babbo era un prof straordinario, professionalmente ed umanamente…nel 2007 ha operato il mio papà a San Giovanni Rotondo ed ho pianto all’apprendere la notizia della sua scomparsa. Lo porterò sempre nel cuore…

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  1. Angelo

    Lo ricordo ai tempi in cui operava a Saronno.
    Una persona stupenda sotto ogni punto di vista.
    Moralità, simpatia e capacità erano il suo mix impareggiabile.

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  2. Angelo Raffaele TESTA

    Vittorino, sei stato un uomo esemplare. In questo momento penso di esternare non solo il mio pensiero, ma anche quello tanti altri. Purtroppo hai lasciato un vuoto profondo in tutti noi che siamo stati i tuoi pazienti. Quel vuoto profondo che… solo le brave persone come te possono lasciare. Ci hai saputo curare nell’infermità con la giusta competenza e con la speranza che solo tu, con la tua fraterna fiducia, sapevi infonderci. Il mondo piange… io piango la scomparsa di uno dei pochissimi uomini giusti incontrati in vita mia.

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  3. Salvatore Varallo

    Vittorino, nonostante siano passati 2 anni dalla tua scomparsa, non riesco a dimenticare la tua umanitá, sei sempre nei miei pensieri. Non ti scorderò mai.
    Un tuo paziente

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  4. Giuseppe Tafuri

    Nel 2000 fui operato dal professore e grazie a lui sto vedendo crescere i miei figli. Lo ricorderò fino alla fine. Burbero e schietto, pragmatico e volitivo. Un grande medico e un grande uomo.

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