editoriale. Stringiamoci a coorte e amiamoci: si rinnova la meraviglia dei Mondiali

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editoriale (jc)

 Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pier Paolo Pasolini

Correva l’anno 2006. A Fabio Grosso fu dato l’onere di battere il calcio di rigore. Gli occhi spalancati, la porta lontanissima, minuscola. Madido di sudore posiziona il pallone sopra al dischetto, prende la rincorsa e con un tiro micidiale, preciso, forte, piazzato, insacca la sfera alla destra dell’incolpevole portiere francese, spiazzandolo di lato e consegnandoci di diritto la Coppa del Mondo.

Dopo fu tutto un gioire, da Palermo a Milano, fascisti, comunisti, monarchici, repubblicani, atei, cattolici, tutti insieme appassionatamente, ebbri d’entusiasmo a esultare le gesta di quel gruppo guidato caparbiamente da Marcello Lippi.

I Mondiali sono meravigliosi per questo, perché arricchiscono le comunità e assottigliano le disuguaglianze. Perché è un momento di pura passione che poi si protrae per tutta la vita attaccandosi indelebilmente alla sfera dei ricordi. Il momento magico, poi l’esultanza, l’urlo di liberazione e di conquista, poi solo caroselli e mille bandiere tricolore a sventolare all’unisono per le strade, le fontane e appese lungo tutti i terrazzi d’Italia.

Da noi in particolare fu qualcosa di eccitante. Uno spettacolo mai visto prima (l’82 era ormai lontano e le cronache di quell’anno ci arrivavano smozzicate). Invece stavolta era tutto vero, nitido come un sogno atteso per deceni e poi finalmente, realizzato. I campioni del mondo (ripetuto quattro volte nella fantastica telecronaca di Caressa) erano, fra gli altri, Del Piero, Materazzi, Gilardino e gli stessi Buffon, Pirlo e Barzagli mandati oggi a rincorrere il sogno del 2006.

Dopo una campagna elettorale a dir poco sfiancante, piena di dibattiti, polemiche più o meno ragionevoli, accuse, veleni, ruggini e rancori, finalmente è tornato il tifo, quello per la nazionale, quello che colpisce l’Italia intera – vecchi, bambini e donne comprese – ogni quattro anni.

S’assottigliano le differenze fino a neutralizzarsi. Ci s’ama, in modo forse prosaico, senz’altro per un tempo determinato che pressappoco coincide con la tenuta degli azzurri. Il resto non conta più. Ed è bellissimo così.

E se poi non dovessimo vincere – le aspettative si sa sono tutte a favore di Brasile, Argentina, Germania e Spagna – andremo tutti al mare e chi s’è visto s’è visto. Baci e forza Italia!

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Copertina: Circo Massimo

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